Il non-mercato del lavoro italiano
I media italiani hanno riportato con evidenza uno studio dell’Istat sui salari del nostro paese in confronto a quelli degli altri stati europei nelle imprese con più di 10 addetti, da cui risulta che i nostri stipendi sono del 14,6 per cento inferiori a quelli tedeschi e dell’11 per cento rispetto a quelli francesi. La rilevazione si riferisce agli ultimi dati disponibili, quelli del 2010, ma il divario attuale non è molto diverso.
17 AGO 20

I media italiani hanno riportato con evidenza uno studio dell’Istat sui salari del nostro paese in confronto a quelli degli altri stati europei nelle imprese con più di 10 addetti, da cui risulta che i nostri stipendi sono del 14,6 per cento inferiori a quelli tedeschi e dell’11 per cento rispetto a quelli francesi. La rilevazione si riferisce agli ultimi dati disponibili, quelli del 2010, ma il divario attuale non è molto diverso. Né si può sostenere che esso dipenda soltanto da una diversa incidenza degli oneri contributivi sul costo del lavoro. Certo, il nostro paese è penalizzato anche da un tasso di cambio dell’euro sopravvalutato rispetto a quello d’equilibrio (mentre quello di Berlino, calcolato in base all’equilibrio di import ed export, è sottovalutato, perciò avvantaggia le esportazioni tedesche). Nello specifico, il minor livello del 10 per cento dei nostri salari su quelli francesi riflette un analogo divario di competitività spiegabile con i minori costi dell’energia e la maggiore efficienza amministrativa di Parigi. Ma con la Germania giocano altri fattori, perché il divario di competitività è enorme. C’è un problema di rendimento del fattore lavoro: in Germania c’è molta più flessibilità, data la prevalenza della contrattazione aziendale dovuta alla riforma effettuata dal governo di grande coalizione di inizio anni 2000. Una notizia che al riguardo deve fare riflettere viene dagli Stati Uniti, dove il tempo necessario a trovare una nuova occupazione è sceso da 25 settimane del 2010, il picco più alto mai raggiunto, a 16 settimane. Ma da noi chi assume, e chi paga salari maggiori, se non c’è la flessibilità in entrata e manca quella in uscita?